Dove sboccia la Terza Età

Il Glicine si trova a Piossasco (TO)
in Via S. Giovanni Bosco 1.
Per informazioni contattaci al numero 011 9064021
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Testimonianze

Il seguente commento è parte di una lettera originale conservata nei nostri archivi, disponibile in formato cartaceo per chiunque la voglia consultare. Ci è sembrato importante pubblicarla perché descrive bene i sentimenti, le angosce, le paure che molti familiari devono affrontare nell’accompagnare un anziano in casa di riposo.

“C’era una volta un uomo di nome Pierino, che viveva con sua figlia in una casa ai piedi di un monte in una graziosa cittadina, e che dopo avere assistito, per vent’anni la moglie, affetta da una grave malattia, si ammalò a sua volta. La figlia cominciò ad organizzarsi per dare al papà il massimo dell’assistenza, dividendosi tra famiglia, lavoro, badanti, corse a destra e a manca per espletare tutte le pratiche necessarie, domande di invalidità, viste mediche, specialistiche eccetera.
Fino a quando, passato qualche anno, si rese conto che il papà, affetto da demenza senile, non poteva essere più accudito a casa; le notti erano diventate un incubo per tutti, Pierino era irrequieto, agitato, non riusciva a riposare, aveva paura, voleva avere accanto solo sua figlia, la chiamava in continuazione, e lei passava le ore in piedi accanto al letto per convincerla a dormire, facendo ricorso a tutta la pazienza di cui disponeva, fino a quando la luce del giorno allontanava le tenebre, ma la stanchezza e la preoccupazione di una nuova giornata non potevano essere vinte.
Così con tanta tristezza nel cuore cominciò a cercare una casa di riposo. La fortuna volle che la trovò a pochi passi da casa, adagiata sul fianco della collina, un po’ nascosta tra gli alberi, come una casa delle fate.
C’era, all’ingresso, un vecchio glicine che arrampicandosi giù per la parete giungeva a coprire con i lunghissimi rami un grande terrazzo, sul cancello una scritta: Residence “Il Glicine”.
La figlia entrò e incontrò la direttrice, visitò il Glicine e poi presentò la domanda, ma uscì col pianto in gola e, recandosi a casa dal papà, si sentì un Giuda, perché lo stava tradendo, lui che aveva il desiderio di restare a casa fino alla fine dei suoi giorni, quella casa che lui stesso aveva fatto costruire, così come l’aveva progettata e pensata insieme alla moglie, pochi anni prima che lei si ammalasse.
Dopo qualche giorno arrivò la telefonata della direttrice: “Abbiamo il posto per Pierino”. Ad agosto di quell’anno Pierino fece il suo ingresso in casa di riposo, con la rassicurazione della figlia che sarebbe stato lì solo per qualche tempo, per una convalescenza. Questa volta venne via non più con il pianto in gola, ma con le lacrime che uscivano a fiotti.
Piano piano, Pierino cominciò a riconoscere le operatrici che ogni giorno si prendevano cura di lui e del suo corpo, che gli parlavano con dolcezza e lo aiutavano nelle operazioni quotidiane; ogni sera all’ora di cena arrivavano il figlio o la figlia per aiutarlo a mangiare, chiacchierare, raccontargli le novità e anche fantasticare, perché Pierino stava scivolando in un limbo, sospeso tra la realtà e il sogno, tra il ricordo confuso di cosa era stato e i desideri che non avrebbero più potuto essere.

Con il tempo quell’ambiente gli divenne talmente familiare che cominciò a credere di essere a casa sua, stava bene, era con persone amiche che diventavano ogni giorno più importanti per lui, si affezionò a loro, cominciò a riconoscerle e a ricordarne, i nomi, le chiamava, le cercava, loro gli davano la stessa sicurezza, la stessa serenità che in un tempo non lontano, chissà se ancora lo ricordava, aveva ricevuto dalla figlia. Lì c’erano tanti ospiti e tante persone amiche che andavano ogni giorno a trovarli, dei cagnolini, dei gatti, un grande balcone, il terrazzo del Glicine, una stupenda vista sulla pianura e là in fondo si vedeva la collina di Torino, e la città che Pierino conosceva bene perché ci aveva lavorato da giovane. Passarono i giorni, le settimane, i mesi, poi una notte, Pierino cadde e si ruppe il femore.
Arrivò l’ambulanza, la corsa in ospedale, il ricovero, l’intervento chirurgico: un vero shock che irrimediabilmente danneggiò il suo delicato equilibrio. Dopo quindici giorni Pierino tornò al Glicine, nella casa delle fate, ma non aveva più voglia di soffrire, di faticare per vivere, di lottare per vivere, e una sera decise che non avrebbe più mangiato, sentiva che la fine si avvicinava, aveva voglia di andare da sua moglie, dalle persone che prima di lui erano partite e che ora lo stavano aspettando, lui le sentiva, le chiamava, erano lì vicine e forse le vedeva.
Per tutti, per le persone che si prendevano cura di lui e per i figli, venne il momento di arrendersi alla scelta di Pierino, nessuno poteva lottare per lui, nessuno stimolo era efficace senza la sua collaborazione. Bisognava prepararsi alla partenza: come alla stazione quando il treno sta per arrivare, e la persona a te più cara ci salirà su portandosi via un pezzo del tuo cuore, quello più profondo, quello che fa più male.
Perdere un genitore, l’ultimo che ti è rimasto, è come essere scossi da un vento tempestoso, che ti sradica dal terreno, e tu, che hai già metà delle radici secche, hai una folle paura che la tua forza non sarà sufficiente.
E Pierino, una sera di ottobre, lasciò i figli e salì sul treno”.


Questa testimonianza riporta come la casa di riposo possa essere vissuta serenamente dal momento dell'ingresso, con tutte le sue ansie e preoccupazioni, fino al passaggio naturale della morte che in questo caso è stato vissuto come un evento sereno grazie anche al lavoro di tutta l'equipe assistenziale, come riportato dai familiari nei ringraziamenti al lavoro che è stato svolto che non pubblichiamo in questa sede.

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